
Come facciamo a spiegare ai nostri figli la guerra?
Oltretutto dopo due anni in cui abbiamo provato a tenere in mano il timone della nostra vita dentro alla tempesta del covid.
Alberto Pallai, medico e psicoterapeuta dell'età evolutiva e ricercatore presso il dipartimento di Scienze biomediche dell'Università degli Studi di Milano, ci ricorda che è importante che noi adulti continuiamo a rimanere una “base sicura” nella nostra comunità e nella nostra famiglia e suggerisce degli spunti.
“In effetti, Covid prima e guerra subito dopo rischiano di trasmettere a chi sta crescendo l’idea che il mondo non sia un luogo sicuro in cui nascere e crescere.
Il ruolo di noi adulti, in questo caso, è quello di abbassare il senso di minaccia sul “qui ed ora” fornendo loro una visione chiara di come tutto il mondo al momento stia lavorando con la seria intenzione di fermare la guerra. Mentre facciamo questo lavoro che potremmo definire di “geolocalizzazione emotiva” (ovvero comunichiamo che sta succedendo qualcosa di molto grave in un’altra parte del mondo e che tutt’intorno al luogo del disastro le diplomazie internazionali stanno attivandosi per coalizzarsi e fermare l’estendersi della minaccia e del pericolo in ogni modo possibile), mostriamo ai nostri bambini anche tutto il lavoro che viene fatto per proteggere e mettere in salvo i bambini che vivono nella zona di guerra. Per esempio, possiamo condividere con i nostri figli le notizie che mostrano come ci si stia occupando di realizzare corridoi umanitari proprio per portare in salvo i bambini ucraini che raggiungeranno le nostre nazioni per sfuggire alla minaccia della guerra. Questo genere di notizie ha molto impatto sui nostri bambini per due motivi: li fa identificare con soggetti simili a loro che sono percepiti in pericolo (esattamente come sta succedendo ai nostri figli che con le notizia di guerra si vivono in pericolo) e al tempo stesso gli fa toccare con mano che il nostro territorio, quello in cui viviamo noi, è al momento il luogo in cui si vive al sicuro (se altri bambini in pericolo vengono portati nella nostra nazione, vuol dire che dove abito io si è protetti e al sicuro). Questo genere di spiegazione permette ai bambini di ricollocare i fatti in un luogo reale: la guerra è altrove e non è qui e dove abito io possiamo fare tante cose per aiutare chi è in pericolo. Questo secondo messaggio (ovvero: possiamo fare tante cose per chi è in pericolo) è pure molto importante. Uscire da un senso di vulnerabilità percepita, che tiene bloccati a causa di ansia e paura, è più facile se anch’io mi attivo e mi gioco un ruolo che mi permette di sentirmi parte della gestione del problema.
Tante le piccole cose che un bambino può fare: pregare per la pace (nelle famiglie di chi ha un credo religioso), portare un dolce o un fiore ad una persona ucraina che vive nella nostra comunità (ce ne sono tantissime e in questi giorni sono travolte dall’ansia e dalla paura), aderire alla proposta di un’agenzia qualificata che sta promuovendo raccolte a favore della popolazione ucraina.
Per i preadolescenti può essere utile “attivarli” su iniziative come il “No gas day” proposto per sabato 4 marzo: impegnarci tutti a consumare meno energia e spiegare perché questa attenzione può lasciare un segno all’interno di questo conflitto può diventare un modo per spiegare a loro e comprendere con loro i molti fattori economici e politici che lo hanno determinato.
Partiamo da qui con i bambini: ovvero da una narrazione veritiera che comunica come il senso di cooperazione e solidarietà che ciascuno di noi può agire nel piccolo delle proprie vite, rappresenti il migliore antidoto alla paura e ai pericoli che una minaccia come la guerra rappresenta”
Per chi volesse leggere il testo completo suggeriamo la pagina facebook di Alberto Pellai