Nell’articolo che pubblichiamo di seguito, la dottoressa Anna La Prova, membro del Comitato Scientifico di Far-Famiglia e relatrice al recente Congresso Nazionale, riflette su cosa significa educare i figli senza proteggerli da ogni fatica. Psicologia, neuroscienze ed esperienza educativa si intrecciano in una proposta chiara: non togliere le difficoltà, ma accompagnare i bambini mentre imparano ad attraversarle.
di Anna La Prova*
C’è una tentazione silenziosa che attraversa molti genitori di oggi: proteggere i figli da ogni fatica, da ogni caduta, da ogni dolore. È un istinto comprensibile, che nasce dall’amore. Eppure, proprio questo eccesso di protezione rischia di togliere ai bambini una delle competenze più importanti per la vita: imparare a rialzarsi.
Educare non significa costruire una strada senza ostacoli, ma accompagnare i figli mentre imparano a camminare anche quando il terreno è irregolare. La crescita umana e spirituale passa inevitabilmente attraverso il limite, l’errore, la frustrazione. Nessun Vangelo ci promette una vita senza cadute; ci promette però una Presenza che non ci abbandona quando cadiamo.
Il mito del genitore “salvatore”
Negli ultimi anni si parla sempre più spesso di genitori elicottero: adulti che sorvolano costantemente la vita dei figli, pronti a intervenire prima ancora che il problema si presenti. Compiti fatti al posto loro, conflitti risolti al loro posto, emozioni “aggiustate” in fretta per non farli soffrire.
Dal punto di vista psicologico, questo stile educativo nasce spesso dall’ansia dell’adulto più che dai reali bisogni del bambino. Ma un bambino che non sperimenta mai la fatica di sbagliare non sviluppa un senso autentico di competenza, né fiducia nelle proprie risorse interiori.
Come sottolinea Daniel Goleman, padre del concetto di intelligenza emotiva,
“Il successo nella vita dipende più dalla capacità di gestire le emozioni che dal quoziente intellettivo.”
Proteggere costantemente i figli dal disagio emotivo rischia quindi di ostacolare proprio quella forma di intelligenza che li aiuterà a stare nel mondo.
Cadere non è fallire
Dal punto di vista scientifico, l’intelligenza emotiva non è innata: si costruisce attraverso l’esperienza. Un bambino deve poter provare rabbia, tristezza, paura, frustrazione. Non per esserne travolto, ma per scoprire che le emozioni sono temporanee e affrontabili.
Daniel J. Siegel, neuropsichiatra infantile, lo afferma con chiarezza: “Il cervello si sviluppa nelle relazioni.”
Quando un adulto accoglie un’emozione difficile senza eliminarla, sta letteralmente aiutando il cervello del bambino a costruire nuove connessioni neuronali. In altre parole, stare accanto a un figlio mentre soffre – senza annullare quella sofferenza – lo aiuta a diventare più forte, non più fragile.
Anche la tradizione cristiana ci ricorda che la fragilità non è una colpa. “Il dolore e la sofferenza sono i mezzi attraverso cui i cuori imparano a essere forti”, scriveva Madre Teresa. Non perché il dolore sia da cercare, ma perché può diventare luogo di trasformazione, se accompagnato.
Educare alla resilienza è un atto d’amore
Ogni volta che un genitore resiste alla tentazione di intervenire subito – quando un figlio litiga, perde, sbaglia, si scoraggia – sta insegnando qualcosa di essenziale:
“Puoi farcela. Io sono qui, ma non al posto tuo.”
La resilienza non nasce dall’assenza di difficoltà, ma dall’esperienza di superarle. Lawrence J. Cohen, psicologo dell’età evolutiva, parla di Teoria del Margine:
“Per superare una paura, un bambino ha bisogno di restare sul margine dell’esperienza, non di evitarla.”
Educare significa quindi aiutare i figli a stare “un po’ dentro” la difficoltà, senza esserne travolti, ma neppure sottratti completamente. Proteggere troppo oggi significa rischiare adulti fragili domani, incapaci di affrontare le inevitabili tempeste della vita.
Le emozioni non si giudicano, si educano
Un passaggio fondamentale è distinguere tra emozione e comportamento. Le emozioni non si scelgono, quindi non si giudicano. Rabbia, paura, tristezza non sono sbagliate: sono segnali, come un semaforo interiore che indica cosa sta accadendo dentro di noi.
Daniel Siegel e Tina Payne Bryson spiegano che quando un adulto aiuta il bambino a nominare l’emozione, lo aiuta anche a regolarla. È ciò che in psicologia viene chiamato mentalizzazione: capire cosa provo, perché lo provo e cosa posso fare con ciò che sento.
Dire “Non ti arrabbiare” non educa. Dire invece “Vedo che sei arrabbiato” apre uno spazio di consapevolezza, responsabilità e crescita.
La relazione come luogo di crescita
Il cervello del bambino – ci dice la scienza – si struttura nella relazione. Ma questo dato neuroscientifico incontra profondamente la visione cristiana dell’uomo: siamo esseri relazionali, chiamati a crescere nello sguardo dell’altro.
Siegel parla di co-regolazione: il bambino impara a calmarsi perché prima qualcuno lo ha calmato. Uno sguardo sereno, una presenza stabile, una voce che non si spaventa davanti al dolore diventano per il figlio una mappa interna per affrontare la vita.
Prima di chiedere ai bambini di regolarsi, dobbiamo imparare a regolare noi stessi. È un compito educativo, ma anche spirituale.
Educare è accompagnare, non sostituirsi
Don Milani scriveva: “Bisogna che i ragazzi imparino a fare da sé, a scegliere, a rischiare.”
Educare alla vita significa avere il coraggio di fare un passo indietro, quando serve, per permettere ai figli di fare un passo avanti. Non possiamo evitare che cadano. Ma possiamo esserci quando accade. Non per sollevarli immediatamente, ma per accompagnarli mentre imparano a rialzarsi.
È questa, forse, la forma più alta di amore educativo: non togliere le difficoltà, ma insegnare a viverle, standoci insieme.
* Psicologa e psicoterapeuta, si occupa, fra l’altro, di sostegno alla genitorialità. https://forepsy.it/team-forepsy/anna-la-prova