
La Pixar, come nella sua miglior tradizione legata ai sequel, ritorna al successo con questa
seconda puntata di Inside Out. La prima risale al 2015: sono passati quindi nove anni, ma
pare ieri che abbiamo lasciato le vicende dell’undicenne Riley alle prese con la gestione
delle sue emozioni di gioia, paura, tristezza, rabbia e disgusto. Oggi la protagonista ha 13
anni ed entra ufficialmente nel periodo della pubertà, nel quale le vecchie emozioni si
scontrano con le new entries: ansia, invidia, imbarazzo ed ennui (che, dal francese,
significa noia).
Ora, senza indugiare troppo sulla trama (il cui riassunto – per chi non avesse ancora visto
il film - lo potrete trovare agevolmente in internet), sveliamo subito “l’assassino”: per vivere
pienamente la propria vita è necessario conoscere e gestire tutte le proprie emozioni, sia
quelle positive sia quelle “negative”. L’impianto narrativo del film (sceneggiatura di Meg Le
Fauve, una donna che aveva già scritto il primo Inside Out) punta molto sull’universo
femminile (una squadra giovanile di hockey su ghiaccio) e sull’ansia come principale
antagonista della gioia. Ora, che si debba fare i conti con la propria ansia è una verità
sacrosanta ed è vero non solo per i ragazzi, alle prese con problemi scolastici e dei primi
amori, ma anche per gli adulti.
Dunque: ansia vs. gioia. La differenza tra la pressione che un obiettivo ci pone
(un’interrogazione a scuola, una scadenza di lavoro, ma anche l’accettazione sociale: per
Riley nella nuova squadra di hockey, per nostro figlio/a nel gruppo di amici, per noi nel
team professionale) e la scoperta liberatoria che tutto ciò che facciamo, il nostro lavoro
quotidiano ad ogni livello, realizza la nostra vocazione più intima e reale. In Riley
combattono due forze apparentemente contrapposte e che non hanno ancora scoperto
l’importanza di collaborare assieme.
Forse un limite della trama, come è stato giustamente osservato da qualche critico
cinematografico, è dato dal fatto che le emozioni sembrano dominare sulla ragione, in un
tripudio di scene madri molto spettacolare. Probabilmente è vero, ma sono pur sempre
scelte narrative tra le innumerevoli che si pongono davanti alla sceneggiatrice la quale,
non dimentichiamolo, deve produrre entertainment. Così come risultano poco sviluppate
altre emozioni, come ad esempio la noia, a torto considerata un nemico dai ragazzi che
non sono in grado di sostenerla e darle un senso positivo (magari attraverso momenti di
calma e introspezione, gestione di tempi lunghi come un pomeriggio piovoso d’estate o la
lettura di un classico della letteratura).
Effettivamente sarebbe interessante sviluppare nei nostri ragazzi (ma anche in noi stessi)
una sana riflessione sul come interagiscono dentro di noi pensieri e sentimenti, il famoso
discernimento di cui parla spesso Papa Francesco che prende le mosse da quel genio di
psicologia applicata alla santità che fu Sant’Ignazio di Loyola con i suoi esercizi spirituali.
Ma qui non basta il cinema, bisogna provare di persona.
Nondimeno i meriti di Inside Out 2 sono tanti. Riportare al grande cinema (in sala e non
solo a casa) le famiglie, unire le generazioni (risposta per le mamme: si possono portare a
vedere il film bambini dai 7 anni in su, se adolescenti prepararsi a rispondere a tante domande), riflettere divertendosi (si dovrebbe scrivere un manuale di pedagogia sulla Pixar), mettere in discussione le nostre certezze, affrontare i lati bui del carattere.
Non mi pare poco e, soprattutto, non mi pare di poca importanza. Leggo su internet che
alla sesta settimana di proiezione Inside Out 2 vanta nel mondo il maggior incasso della
storia del cinema per un film d’animazione con 1,46 miliardi (miliardi!) di dollari superando
Frozen 2 (fermo a 1,45). Come parametro di confronto il film Barbie ha incassato in sala
1,446 miliardi di dollari. Ciò significa che il mix di intelligenza, straordinaria creatività e
professionalità unita al bilanciamento dei tempi di lavoro con i tempi da dedicare alla
famiglia (alla Pixar i dipendenti non possono lavorare dopo le 17) può generare anche il
massimo dei guadagni in termini economici. Se questo ci aiuta anche a vivere meglio
come persone, assistiamo ad un bel miracolo.
Carlo Zivoli
Master di Far-Famiglia
Trieste